Da un diario nascosto
Un diario nascosto, quello della propria vita, che talvolta dovrebbe conoscere lustro. Una gara che si avvicina veloce, un giorno che non vorresti mai arrivasse. L'ultima, dannatamente l'ultima corsa.
"Un'ultima volta. Chiuderò gli occhi ed esprimerò un desiderio, poco prima della partenza. Ripartirò ancora una volta, e mi fermerò ancora un'altra volta. Un giro, due, o forse più in mezzo a tutte quante, o meglio, in coda a tutte quante. Ma ci sarà ancora una possibilità e questa volta la conquista di qualche metro o qualche chilometro in più, lo dedicherò soltanto a me stessa. Sarà la mia vittoria, e solo mia." Ero al giro di Toscana e mentre le atlete stavano per arrivare al traguardo squillava il telefono ma non potevo rispondere. Era Oriane, poco dopo la richiamo e sento delle urla, sento un pianto forte, poi quella voce sottile :"Ce l'ho fatta, sono riuscita a stare in mezzo al gruppo, ho vinto un po' di paura, poi si mi sono staccata, ma colpa delle mie gambe, non più della mia testa." In quell'istante percepivo quel riflesso di felicità nei suoi occhi, interrotto soltanto dal singhiozzo di ogni lacrima ingoiata. Me la immagino, rimasta li al margine dello spettacolo, a leggere in disparte il suo sogno. Ancora quel gruppo che si allontana, il contare delle ammiraglie, temendo ormai soltanto i rumori della prima vettura, poi tutto passa veloce, spegnendo tra i gas di scarico l'ennesima prova contro se stessa. "Assaporo ogni volta il valore della sconfitta, in quello che sono, in quello che vorrei essere ed in quello che forse non sarò mai. Me le sento addosso, le ammiraglie che mi sorpassano, come una lama di umiliazione alla quale mai, ci farò l'abitudine. Quei giri passati in solitaria, staccata, con il numero già ripiegato e gettato nella tasca, sono riuscita a deludermi ancora un'altra volta. Allora scappo a rifugiarmi nelle pagine di un diario, rileggendo quando poco più di un anno fa, lasciavo la danza, ammirando papà e la sua felicità di quando andava in bicicletta. Le gare in tv e quell'emozione che nasceva spontanea, diedero vita a quel grande coraggio di cambiare.
I ricordi tornano a quel 13 agosto, giorno del mio diciassettesimo compleanno, giorno della mia prima bicicletta regalata da mamma e papà. Piangevo, tremavo, ero così felice. Quella stessa emozione che ora mi incute paura, che mi fa tornare a piangere. Provo, riprovo, oso sfidare me stessa, perché la bici ti insegna a non mollare mai. Pedalando mi sento libera, ma nella pancia ormai solcata dalle delusioni, non trovo soluzione, a tenere quelle ruote così vicine. Parto e rimango in fondo al gruppo staccata di qualche metro, perché è l'unico modo per sentire i gomiti liberi e da sola tento di tenere la velocità del gruppo. Sul bordo della strada li vedo gli occhi di chi è li per me, mi sento così stupida, non capisco tutta questa paura, e nemmeno capisco il coraggio di ripresentarmi con il cuore a pezzi, alla partenza di ogni corsa. Vorrei svegliarlo quel sogno di raggiungere un traguardo, seppure in ultima posizione, ma dal sapore di una vittoria, quella più importante, con me stessa. Vorrei poterli vedere gli occhi di mio padre, al traguardo che mi aspetta, senza lettura di classifiche, lui che, si emoziona soltanto nel vedermi attaccare il numero sulla maglietta. Ma mancano poche gare, poi finirà il mio percorso ciclistico, nessuno potrà farmi correre ancora, nel passaggio di categoria." Mi scrivevi : "La mia storia non ha nulla di bello da raccontare, perché parla soltanto di sconfitte". Sciocca, ora sogna, danza, danza come un tempo, che sia classico o moderno, tu danza su quei pedali, e finirai per ridere delle tue paure ! Li davanti a tutti, in un immaginario specchietto retrovisore, con il gruppo che si allontana e che si avvicina, troverai sempre quella voglia di salire in sella ed essere felice, anche senza spille, che trattengono un numero spesso banale.
"Ma ora non svegliatemi, voglio sognare ancora"
