Cambio di borraccia, simbolo del ciclismo, terza tappa del Giro di Pisciali

08.10.2020

Un fermo immagine, su uno dei simboli del ciclismo. Quel giorno, era il 13 settembre, terza Tappa del Giro Rosa, da Santa Fiora ad Assisi. Quasi al culmine della salita che da Castiglione d'Orcia sale a Radicofani, dopo 35km dalla partenza, Francesca chiede la sua borraccia all'ammiraglia.

In quel momento, poteva essere forse l'ultima, del suo Giro Rosa, oppure una di tante altre. Fa caldo, Francesca è staccata dal gruppo, ma vuole insistere nella sua fatica in solitaria. Non si da per vinta, impugna due borracce e le sistema sul telaio, un sorso veloce che per metà le cade addosso quasi volutamente per rinfrescarsi, piega la testa e via. Manca poco alla discesa, lei alza lo sguardo e la coda del gruppo ormai è scomparsa dietro la boscaglia. Serve testa per non mollare, mancano due colline e altri 70km prima del traguardo.

Giù a tutta in discesa, nei chilometri successivi l'aggancio con qualche atleta anch'essa in leggero ritardo, ma non serve a niente, perché rimbalza la medesima risposta al suo grido di battaglia "dai che andiamo!" "No, io metto il piede a terra".

Il gruppo procede lentamente, c'è tempo per recuperare almeno un po' dello svantaggio, quel tempo che spesso diventa limite per rimanere in corsa anche il giorno dopo. Chissà quante volte quella mano guidata dall'istinto ha catturato prepotentemente la borraccia, quel sorso veloce, quel bagnarsi di continuo per la temperatura calda, quel mordere il tappo gommoso che sostituisce un 'devo farcela'. Quel giorno, quella rincorsa, andarono a lieto fine. E quel fermo immagine, con quelle due mani diverse ma unite, fa tornare sempre alla memoria quel lontano Tour de France del '52 dove sul Galibier, i due rivali di sempre Coppi&Bartali si passarono la borraccia. Un umile oggetto povero ma fondamentale, simbolo di rivalità sportiva e di cavalleria. Quell'oggetto che scuoti e che dà valore immenso ad un'ultima sorsata, che poi getti a terra senza alcun valore, rimbalzando sull'asfalto e adagiandosi sul ciglio della strada. C'è poi un tifoso che attende per ore quel momento, raccogliendo dal fosso quella plastica ormai priva di vita agonistica rendendola però simbolo su cui apporre un ricordo.

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