Tifo nobile a "Per Sempre Alfredo"
Adelino era lì in disparte, con i suoi pugni chiusi e le mani nascoste dentro la giacca. Charlotte, anch'essa a bordo strada, appoggiata accuratamente ad un pezzo di muro curvo che delimitava il tornante. Poco prima la stessa immagine, a qualche chilometro di distanza a lato del Piazzale Michelangelo a Firenze, dove la gara "Per sempre Alfredo" conosceva la sua partenza. Vestito di tutto punto, in giacca e pantalone di velluto, una camicia, e scarpe nobili anche se un po' infangate. Aveva pedalato dei chilometri da quella piazza a quel tornante, così elegantemente vestito in sella alla sua bicicletta. Anche lui era in attesa del passaggio dei corridori, composto ed in silenzio, a due o più metri dalla sede stradale per non dare fastidio, la maschera che gli copriva il volto, ma risaltava l'emozione del momento. Chiudo gli occhi un istante, fantastico Adelino nelle sue gesta di preparativi poche ore prima di quell'incontro; nella sua città, sulle sue strade, per la sua passione oggi arrivano i ciclisti. Davanti a quello specchio, con le mani che alternate passano la cera su quei pochi capelli grigi rimasti a scandire la sua età. L'armadio semi vuoto, ma quel vestito elegante, quello per le occasioni speciali era li pronto per essere indossato. Lo immagino mentre esce di casa, la pezza per lucidare la scarpa, la pompetta per nebulizzare un po' di acqua profumata; la discesa dalle scale fischiettando, andando incontro alla sua amata Charlotte, e appena dopo in sella tra le vie toscane, puntuale verso la partenza della gara.
Chissà se quei pugni nascosti nelle tasche stringevano un pezzo di vita; lui era li attento a sgranare con lo sguardo le casacche dei corridori come se stesse cercando qualcuno in particolare. Osservo ancora una volta, quel suo ferro appoggiato al muro, con il manubrio un po' piegato, i fili intrecciati, il sellino in pelle e quella ruggine marcata attorno ai raggi delle ruote. Quel muro, quel sasso freddo e grigio però, acquisiva colore e poesia nel mirino di una macchina fotografica, una ragazza immortala una bellezza rara, opposta alla tecnologia dei giorni nostri. Chissà quella bici, se avesse la parola quante avventure potrebbe raccontarci. E chissà in quelle tasche, con quelle mani grandi quanti sogni racchiusi e custoditi, traditi a volte da una misera moneta per un sorso di Brunello.
Due immagini, dove di ciclismo c'è tutto o niente, dove il mirino perde gli attori in corsa, colpisce altrove un istante, con il suo fascino ed il suo valore. Nomi importanti, quelli di Adelino e Charlotte, inventati in una fiaba da tifoso, che si sofferma su un lavoro fotografico di quella ragazza, Maddalena, stavolta un nome non inventato. Più tardi, sulla strada a salire verso Fiesole, c'è un uomo che si vede appena contro luce, di un sole che sta per spegnersi tra le colline. Cammina lento, accompagna la bici impugnando forte il manubrio con entrambe le mani, le note famose di una colonna sonora che scandiscono i suoi passi, il cigolio delle ruote, e l'emozione di un addio, che lui, non conoscerà mai.
A Maddalena. Ad Adelino e Charlotte, protagonisti di un'emozione che rimarrà a loro ignota.
