Un soldatino, diventato eroe

17.04.2021

A Oudernaarde fa davvero freddo. Mancano soltanto una decina di minuti alla partenza, mi accodo alle ragazze che hanno già raggiunto il viale destinato a dar vita alla gara più attesa, oggi si corre il Fiandre. Chi sbatte le mani e chi cerca di scaldarsi saltellando sul posto, tenendo la bici al proprio fianco in un equilibrio precario. Butto lo sguardo a terra in una piccola pozzanghera, il vento la smuove appena ed il riflesso dei colori della mia bici compone un ricordo. Cerco di distrarmi, alzo il volto e a pochi metri intravedo Annemiek. Ritorno allora a perdermi in quella cavità del terreno colma d'acqua, sento comporre in aria il suono di un dolce carillon, che mi porta lontano, strizzo gli occhi, calpesto la pozzanghera ma ci rivedo davvero il mio casco di dieci primavere fa, 2011, di colore blu bianco e fucsia. Ero una piccola G6, che gareggiava sulla sua Colnago rivestita di bianco perlato e giunzioni rosa, ed in quell'anno proprio quella donna che oggi è qui vicino a me, vinceva il suo primo Giro delle Fiandre. Quei nomi, quei miti, quelle classifiche e notizie sui giornali che leggevo con distacco, ma come un sogno di bambina.

C'è un silenzio inquieto, tagliato all'improvviso dal sibilo emanato dal fischietto del direttore di gara, che decreta il 'via'. Rialzo gli occhi, quel ricordo del passato si cancella al primo colpo di pedale e pone fine a quell'attesa snervante, ora è soltanto gara. Mi sento fisicamente pronta, l'emozione sta passando, il pensiero fisso a non commettere errori tattici, che possano farmi sfumare la possibilità di essere li davanti, nel momento decisivo della corsa. Oggi mancherà un fattore importante, il pubblico sulle strade, che in queste terre ti chiama per nome, ti da forza e grinta per passare quelle asperità che via via metteranno acido lattico nelle nostre gambe. Tredici muri, il primo Kattenberg a 57 chilometri dal via, che mieterà già le prime vittime di giornata, e poi via sull' Edelare, Boigneberg, Molenberg e Marlboroughstraat a chiudere i primi 80km di corsa. Il corpo si riscalda con la fatica, l'aria prende temperatura con qualche timido raggio di sole. Siamo appena oltre metà corsa, il gruppo perde unità ad ogni accelerazione, ogni asperità. Passano veloci anche il Berendries, il Valkenberg, ed il Berg Ten Houte. Poi arriva il Kanarieberg con il suo 9% medio che screma ancora prepotentemente il gruppo, ne mancano quattro. Cerco di rimanere aggrappata alle prime posizioni, mi guardo attorno, davanti alla mia ruota la compagna Cecilie e poco più avanti una VanVleuten che sembra volerci sfidare già da lontano, al fianco destro Vos e Vollering, a quello sinistro VdBreggen, Brennauer e Kopecky. Simboli importanti del grande ciclismo di ieri ed oggi, ragazze che fanno la corsa, che possono vincere. E poi ci sono io, un piccolo nome tra le grandi. Ma ci sono.

Passa il Taaienberg al km112, appena diecimila metri dopo arriva il Kruisberg, quello duro, quello che quando sei in cima continua ad arrampicare e sembra non finire mai. Qui entra in gioco anche l'emozione, Kruisberg e Kwaremont, quelle asperità da leggenda storica nel cuore di queste Fiandre. L'azione qui diventa importane, rimangono davvero pochi chilometri, rimangono davvero poche atlete. Perdo il segnale sul ciclo computer, non vedo più la mappa, ma conosco bene queste strade, si avvicina quella curva a destra, la temo e sono tesa perché so che li ci si gioca tutto. E' arrivato il momento del muro più famoso, il Paterberg con i suoi quattrocento metri al 10%. E' proprio Annemiek che impone un ritmo fortissimo, da sotto il braccio osserva le nostre ombre, ci vede staccate di qualche metro e giocando sul quel duro pavè se ne va via via tutta sola. Con me c'è Cecilie, e altre cinque ragazze. Ripeto i loro nomi, ripeto pure il mio, fisso le loro ruote per distrarmi da quel momento di sofferenza, le gambe e le braccia che tremano, che bruciano. Siamo quasi in cima al muro, quell'ultima curva a sinistra che chiama fine alla salita e li fisso una delle telecamere, ci guardo dentro e per un attimo ho pensato al tifo di chi mi segue, della mia famiglia, dei miei amici, a chi crede in me. Ora mancano tredicimila metri di pianura, distanza che non ci da la possibilità di raggiungere Van Vleuten che in testa alla corsa si avvicina sempre più al traguardo, al suo ennesimo trionfo. Si pensa a qualche strategia per conquistare un gradino del podio, ma le gambe sono stanche e alla fine aspettiamo tutte la volata. Mille, cinquecento, trecento metri alla linea d'arrivo. Mani basse, pronte a fare leva sui pedali. Le gambe fanno male, io spingo, affianco per un attimo Elisa e Lisa. Longo e Brennauer. Poi perdo centimetri, poi perdo un paio di metri. Ma ho dato tutto, non ho risparmiato nulla. Piego e scuoto la testa appena dopo il traguardo, non sono contenta. Il tabellone dice sesta. E' un grande risultato, immenso a soli ventitré anni. Ma oggi, devo forse chiedere scusa a tutti, perché tutti aspettavano qualcosa di più.

Richiudo gli occhi. Ascolto il buio.

C'è un mucchio di gente sempre pronta a commentare il nostro cammino, i nostri fallimenti ed esaltare i nostri errori. La vita è piena di incomprensioni, nel lavoro e nelle relazioni, ed è un continuo ripartire ogni giorno. Ostacoli, che ti sbattono a terra, anche se poco prima era spuntato un sorriso. Mi isolo, cerco di capire se davvero ho sbagliato, o se davvero ho fatto un grande risultato. Così non posso capirlo, sono in silenzio, in disparte, mi fa male. Nel problema, nella difficoltà ho sempre creato un'opportunità di crescita, una soluzione che dia un risultato migliore. Ero li, con le migliori del mondo, volevo soltanto imparare a diventare grande. Ma così, potrò mai crescere in questa guerra ?

"Ho imparato che c'è una crepa in ogni cosa, ed è da li che entra la luce." Il tempo risponderà alle domande, o farà in modo che non sia più importante sapere le risposte. Non vedo già l'ora di allenarmi, magari da sola, perché svuoto la mente, mi concentro su me stessa, sulle mie sensazioni. Devo cancellare il pensiero di aver deluso tutti nonostante abbia sofferto tanto in gara, con un orgoglio schiacciato, una soddisfazione soffocata da chi a parole saprebbe sempre fare meglio.

Io mi sento come loro, vorrei sempre qualcosa in più, ma sto crescendo, e vorrei potermi godere ogni scalino, ogni progresso di questa crescita così importante.

<<Vorrei che mi giudicassero per quei 151.850 metri corsi in testa alla corsa, con le migliori sensazioni della stagione, con tanta lucidità in gara, la capacità di stare davanti nei primi km per non rischiare, la forza per sanare un errore e il cuore per sprintare alla fine. Io sono contenta di me, perché mi conosco, perché so quanto è, ed è stato duro arrivare lì, quante critiche ho ricevuto e quante volte ho dovuto ammettere di aver sbagliato, non essere all'altezza e dover dare di più. Quante gare che ho buttato via prima che scattasse l'interruttore. Ho cambiato tanto del mio modo di andare in bici e sono pronta a cambiare altro, e se un giorno vincerò, metterò al mio fianco soltanto poche persone. Ora ho un nuovo focus, nuova cattiveria da mettere in bici ed è quello che cerco nel mio lavoro. Costante volontà e necessità di migliorarsi, perché per una questione psicologica io non mi accontento e devo sempre avere qualcosa nel mirino. Quel giorno forse non è nemmeno tanto distante, il percorso è appena iniziato, in questa ascesa graduale che possa durare per anni, e non soltanto un istante.>>

Stringevo i denti, le gambe bruciavano, ma ero lì, vivevo il mio sogno.
Stringerò i denti, le gambe bruceranno ancora, ma sarò li, a vivere la realtà. Quel sogno da piccola, ribaltato in realtà in così poco tempo.
Ma già ora, non basta più.

Ci ho provato oggi, a pensare come te, con le tue parole, a trovarmi in gara con le emozioni ed il tuo mal di gambe. Sono un piccolo soldatino, che con la tua amicizia, è diventato eroe.

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